Crave, concetti spezzati

Al Napoli Teatro Festival il testo di Sarah Kane messo in scena da Pierpaolo Sepe

    di Lidia Girardi

La sempre variegata offerta del Napoli Teatro Festival, propone, tra gli altri, “Crave”. Si tratta di un testo teatrale di Sarah Kane, autrice britannica morta suicida nel 1999, che Pierpaolo Sepe ha deciso di mettere in scena curandone la regia nella Sala Assoli del Teatro Nuovo.

Nelle note di regia, Sepe spiega cosa lo abbia portato a studiare lungamente, amare e alla fine mettere in scena uno spettacolo come questo: “Dalla scrittura della Kane nasce un testo di parole incatenate, rapido susseguirsi di concetti spezzati e concitati, al teatro spetta il ruolo di trasformarlo in immagini, dar colore all’oscurita?, ordine al caos e disordine alla riga. Interpretare e, dunque, tradire, con il desiderio, quello piu? assoluto.”

Due sono le storie che si fondono e confondo all’interno dello spettacolo: quella di un uomo non più giovanissimo chiamato A, che ama C, una ragazza appena adolescente. Il loro è un amore malato e morboso, al limite della pedofilia; devastante per le ripercussioni psicologiche sulla ragazza che diventa dipendente dal suo amante-carnefice. L’altra storia riguarda, invece, M, una donna che ricerca la maternità come cura ad una vecchiaia a cui non può sfuggire e B, un giovane uomo che non asseconda il suo desiderio di avere un figlio senza amore perché, in realtà, desidererebbe solo essere la ragione di vita di qualcuno nascondendosi dietro una spazientita acidità. Tutto questo è reso al massimo della tragicità scenica in un susseguirsi di silenzi esasperanti e rumori eccessivi.

La scenografia è scarna: luci al neon, quattro finestre con le grate e una cancellata di ferro che separa gli attori dal pubblico, quella che non fatica a diventare una gabbia per lo spettatore, costretto a non poter perdere neanche un secondo dei quattro drammi che si consumano davanti ai suoi occhi e che, a tratti, diventano insostenibili e impenetrabili per la loro cupa e profonda disperazione.

I protagonisti non sempre parlano tra di loro, anzi quasi mai. Si avvicendano monologhi, frasi spezzate, urla (moltissime e strazianti), racconti che non vengono portati a termine e flussi di pensieri fini a se stessi di cui delle volte sfugge il senso completo.

Tanti i temi che vengono raccontati: la morte, la maternità, la pedofilia, le dipendenze, l’amore non corrisposto, la sottomissione morale e fisica a qualcosa, il desiderio esasperato di quotidianità. Ma tutto questo si muove in discorsi individuali talmente staccati l’uno dall’altro da rendere difficile allo spettatore comprendere il tempo e lo spazio entro cui si muovono queste storie.

I suoni sono spesso fastidiosi e le scelte musicali scontate (come il cambio di registro che si ha alla fine tra gli abbracci dei protagonisti). Il nudo integrale di metà spettacolo, che doveva rendere l’idea dello svestirsi dei personaggi dalle proprie paure e disperazioni per vestire i panni di un altro dei protagonisti, in realtà dà come frutto soltanto la banalità del gesto. E’ sicuramente un nudo sofferto, violento e brutale ma ingiustificato, non totalmente funzionale al messaggio che si intendeva proporre che semplicemente non c’è.

Lo spettacolo si conclude con alcuni versi dell’Apocalisse, la fine delle loro vite e la fine del mondo. Non è una morte reale ma l’insostenibilità di raccontare il proprio dolore senza riuscire ad alleviarlo che rende insopportabile ai personaggi essere se stessi.

L’opera di Sarah Kane è altamente intertestuale ma, nella messa in scena, si rinviene la mancata capacità di riadattare un testo del genere alle più specifiche esigenze teatrali contemporanee, lasciando lo spettatore tra l’incredulo e lo spazientito e difficilmente incuriosito da ciò che vede e dalle storie raccontate senza nessuna logica narrativa. Un testo così complesso da arrivare, allo spettatore, più sotto forma di suggestione che non attraverso una comprensione completa.

Ma forse era questo l’intento dell’autrice e di chi lo ha messo in scena?





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