LIBRI Il micropoema di Manzi

Il vicedirettore del quotidiano ??Roma? e la stellata illusione della poesia

    di Max De Francesco

Non sono canzonette né desiderano abbandonarsi alla libidine dell'immediatezza; per niente asserviti alle leggi della banalità, ma ostici e resistenti perché lontani dalla logica dello spettacolo: i quaranta capitoli del micropoema «d(io)@parole.com» di Andrea Manzi, giornalista e poeta (o poeta e giornalista?) non portano borracce alla superficialità, ma preferiscono abbeverarsi alla fonte, poco frequentata in questi tempi televisivi, dello sperimentalismo realistico.
L'autore sceglie di non ingabbiare la creatività in un'architettura lirica chiusa, e decide di raccontare il suo viaggio-passaggio nell'abisso con tutto l'arsenale poetico possibile. Manzi scende nelle tenebre come quel poeta di heideggeriana memoria in cerca degli dèi fuggiti dal mondo: al suo ritorno, se v'è un ritorno, mostra un pugno di fosforescenze, schegge e frammenti di luce a testimonianza di non aver trovato gli dèi, ma almeno di averne intravisto le vesti mentre sfuggono. Quella visione diviene musica. Quel senso di irraggiungibilità scoppia in poesia. Poeta fino all'osso, Manzi, nel suo ultimo reportage dagli abissi, racconta la sfrenata corsa verso una risolutiva divinità, dando sempre l'impressione che, una volta ritornato, pur consolato dalle fantasie dell'amore e rapito dai misteri della natura, non smetta mai di pedinare Dio. Un pedinamento che spossa («stanco di dio»), un desiderio che esplode («c'è sete di un dio netto come colpo inferto»), una richiesta che lacera («perciò libera il tuo silenzio/comprometti il tuo splendore): l'autore ha talmente «voglia di dio» che ne accetterebbe anche un'apparizione «in groppa a una mail», basta che si mostri, si faccia sentire, si mischi a noi. E se «dio tira a campare», il giornalismo, la famiglia, il mare riempiono e scuotono la vita del poeta salernitano che «pensa e scrive angosce», sorride al «vento di tragedia» e non dimentica mai di «sniffare sole» e di sognare «colonne di parole aree».
Non v’è mai un break in questo flusso poetico, siamo in presenza di una scrittura automatica (punteggiatura inesistente, assenza di maiuscole), retaggio surrealista che si mescola con ritmi tipici della postavanguardia e con folgorazioni che ricordano la lingua orfica di Dino Campana («venere di memorie amare amare/ e d’argonauti esangui»), uno dei poeti più amati dall’autore. Nei quaranta capitoli dell’ansiosa e rabbiosa mail che Manzi invia a «dio» e, per conoscenza all’«io», balza fuori il tormento del poeta, il suo incurabile supplizio, la sua inquietudine che raramente si placa, costretta com’è ad archiviare il dolore, a registrare le traiettorie di sangue. Un poeta che, seduto tra eros e thanatos, non può che sentirsi «una colomba pugnalata in volo»; un poeta che s’attacca alla parola che non è quasi mai apertura, ma rifugio; un poeta che s’agguanta a bardi tutelari, come Sanguineti, Whitman, Alda Merini, per nutrirsi di stellate illusioni. Da qui nasce la solitudine del lirico che proprio la Merini, «miracolessa d’ardore», descrive superbamente in «I poeti»: «Siamo osti senza domande/riceviamo tutti/solo che abbiamo un cuore (...) siamo una fede senza profeti/ma siamo poeti./ Soli come bestie/buttati per ogni fango/senza una casa libera/né un sasso per sentimento».





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