Gli occhi guerrieri di Ilaria Cucchi

Il murales di Jorit all’Arenella

    di Livia Iannotta

Negli occhi guerrieri di Ilaria Cucchi bruciano nove anni di battaglia. Di dolore che diventa rabbia, poi ribellione, verità. Che il murales dello street artist Jorit Agoch dedicato al volto della donna-simbolo arrivi proprio nei giorni in cui uno dei cinque carabinieri sotto processo ha confessato che la notte del 15 ottobre 2009 Stefano Cucchi fu pestato e a spezzargli le ossa furono due suoi colleghi, non era stato certo programmato, ma il caso – si sa – in queste cose ci mette il suo. E allora quel dipinto in via Francesco Verrotti, quartiere Arenella, a Napoli, con gli occhi grandi e grigi che Ilaria combattente non ha mai abbassato, acquista uno spessore più macabro. Occhi che non piangono, ma traboccano di dignità.

La sorella di Stefano ha le guance tigrate, solcate da due graffi rossi, gli stessi che tagliano San Gennaro a Forcella, Che Guevara e Maradona a San Giovanni a Teduccio. Sono i combattenti della tribù di Jorit, svettano megalomani sui palazzi di Napoli ostentando il segno di appartenenza a un branco umano di cui siamo tutti indistintamente figli. Ogni vita, ogni uomo, in ogni tempo. «Ilaria è il nostro orgoglio nazionale, la sua lotta è la lotta di tutti», ha scritto Jorit sui social, supportato in questo progetto dalla cooperativa “La locomotiva” e dall’assessorato alle Politiche sociali del Comune, che hanno coinvolto nell’ideazione gli allievi di alcune scuole del quartiere e rintracciato il luogo adatto ad accogliere il murales: la parete di un edificio abbandonato che verrà riconvertito in “Casa della socialità”. Scelta che non a tutti è andata giù, visto che in corso d’opera un consigliere della V municipalità, Pietro Lauro, militante nelle file di Fratelli d’Italia, si è scagliato contro il writer, aggredendolo verbalmente per aver “imbrattato” il muro, salvo poi fare marcia indietro, una volta acquietati i nervi, con un post di scuse a mezzo Facebook.

Il murales doveva essere affidato ufficialmente alla città il 22 ottobre, giorno in cui, nove anni fa, il geometra romano, gonfio di lividi, abbandonò la vita. Ci sarebbero stati il sindaco Luigi de Magistris, l’assessore alle Politiche sociali Roberta Gaeta, Jorit e la protagonista, Ilaria. Ma un leggero acciacco della donna ha fatto slittare l’appuntamento.

La 44enne duella da nove anni contro uno Stato omertoso, contro assenze, una giustizia infangata, calunnie. Le è stata lontana una fetta di politica, che nelle parole di Salvini, Giovanardi, La Russa negò le percosse di una manciata di divise, dirottando la causa del decesso su droga e inedia, e scommettendo sull’integrità dei carabinieri con cui Cucchi ebbe a che fare in quella notte di metà ottobre; le è stato lontano chi, in difesa di uno Stato sempre giusto e sempre buono, le ha imputato una battaglia insensata.

Eppure oltre le querele, oltre l’indignazione esplosa dopo l’assoluzione in Cassazione dei medici e degli agenti della polizia penitenziaria nel primo processo, Ilaria si batte ancora. E se la legge è uguale per tutti, vale quello che Jorit ha coperto col colore, su quel muro in via Verrotti: «Per non dimenticare, per far comprendere a tutti che anche la vita degli ultimi conta. Perché potrebbe accadere a chiunque, anche a te. Perché chi sbaglia non può essere chiamato a rispondere con la vita».





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