Se Buddha fosse il tuo migliore amico

Rimedi contro l'infelicità

    di Roberto Rosano

Se il Buddha fosse il tuo migliore amico, saresti nato con la camicia, senza dubbio: una Eton filata con cotone egiziano e gemelli incrostati di diamanti e non esagero! Sarebbe stato una spalla senza eguali. Nessuno come lui si è lanciato nell'abisso dell'animo umano, fino a a toccarne il fondo, che è più scuro del più pesto buio, per diventare il più grande specialista dell'infelicità. Attenzione: non della sofferenza, dell'infelicità. Che tu soffra è naturale, che tu sia infelice no.

Secondo questo principe nepalese, apparso sul proscenio della storia duemilacinquecento anni fa, tu sei nato felice, ma non hai saputo preservarti, hai perso la tua felicità con la crescita. La tua vita, come quella di chiunque altro, la nostra vita, è un accumulo di traumi, che si affastellano nella memoria, una spugna che tutto registra, dal più piccolo sospiro, agli insulti, alle accuse, alle delusioni, ai pentimenti. Il trauma è un'aggressione e il tuo cervello è attrezzato a difendersi, trasmettendo automaticamente un messaggio alle ghiandole surrenali, le quali producono adrenalina, un ormone che mette in agitazione tutto il sistema nervoso e porta i muscoli a contrarsi, perché siano pronti a scattare come molle per fronteggiare il nemico o con una contro-aggressione o con una fuga.

Se ti arriva un postino e ti porta una comunicazione dell'ufficio delle imposte in cui ti si addebitano mille euro per tasse non pagate, non c'è dubbio che tu stia subendo un'aggressione. Questo non significa che tu le tasse non le debba pagare, non fraintendermi. In ogni caso, la tua memoria è carica di simili ricordi di aggressione e così tu sei costantemente teso. Questa è la condizione normale che tutti viviamo, senza saperlo. Una condizione nevrotica, senz'altro. L'infelicità è una nevrosi. E tu, caro amico, sei come una pentola a pressione. Quando la tua tensione supera il punto critico, il sistema si scarica attraverso la tua valvola di sfogo: il pensiero. Il tuo pensiero altro non è che la simulazione dell'azione che non hai compiuto. Se qualcuno ti insulta e tu non reagisci nel modo naturale, cioè strozzandolo, ci pensi, notte e giorno, non è vero? E che tormento!

La prima cosa che Siddharta ti consiglierebbe di fare è pensare il meno possibile. Lo so: il pensiero è automatico, incontrollabile, la maggior parte dei tuoi pensieri si fa da solo, per associazione di idee, per emozioni contigue e tu salti da un ramo all'altro come una scimmia. In sanscrito, la lingua del Buddha, la mente si chiama “cita”. Eh, già, perciò la scimmia di Tarzan si chiamava così. La tua mente è una scimmia, ecco perché sei nevrotico e soffri, perché sei schiavo di una scimmia nevrotica. Ciò che devi e puoi fare è farla tacere. Il Buddha è stato il grande scopritore della funzione terapeutica del vuoto mentale. Hai mai sentito parlare di zen? È una delle scuole filosofiche associate al suo pensiero. Se provi a leggere qualcosa in proposito e non capisci nulla, non sottostimarti. Spesso, chi li ha scritti non ha capito a sua volta. Io mi sono fatto un'idea di cosa sia lo zen, chiacchierando con un pastore abruzzese (non con un cane, con un pecoraio!). Gli chiesi in cosa consistesse il suo lavoro. Mi rispose succintamente: devo guardare le pecore. Tutto il giorno guarda le pecore? Sissignore. Tutto l'anno? Sissignore. Scusi, ma a cosa pensa mentre guarda le pecore? Il pastore mi guardò come si guarda un lesionato cerebrale: pensare a cosa? Devo guardare le pecore che non me le “rubano”! Ecco, questo è lo zen. Essere fuori dalla mente e presenti solo nella realtà. Per il pastore abruzzese la realtà sono le pecore, per me in questo momento la mia realtà deve essere l'articolo che sto scrivendo e null'altro. Questo è zen!

Il Buddha cercò di risolvere la diffusa nevrosi dell'infelicità e, per questo, viaggiò molto, frequentò i grandi asceti del suo tempo, che praticavano lo yoga. Siddharta progredì molto nella pratica, sperimentò stati di trance, un contatto diretto col tutto, con l'assoluto, una condizione nella quale stava molto bene. Com'è scritto nello Yoga sūtra di Patañjali, in questo stato, tutto evacua dalla mente, non c'è più concezione dello spazio, del tempo, della singolarità. Ma Siddharta si accorse che lo yoga non era abbastanza, perché, quando usciva da questo stato, era nevrotico come prima. Così, smise di affidarsi agli altri, ai sacri scritti e si affidò a se stesso. Cominciò a guardarsi dentro e si avvide che nulla rimaneva uguale a se stesso per più di un secondo. I pensieri cambiavano, le sensazioni, le emozioni mutavano continuamente. Poi guardò fuori di sé e si accorse che anche il suo corpo era in continua trasformazione, con cellule che nascevano e che morivano, col sangue che scorreva ininterrottamente, il cuore che batteva sempre d'un nuovo palpito. Guardò gli alberi, le foglie, gli animali, le nuvole, tutto era in continuo cambiamento.

Ebbe la famosa illuminazione, che noi occidentali abbiamo equivocato, immaginando chissà quale stato psichedelico, chissà quale nirvanica imperturbabilità. No, no. L'illuminazione è difficile, ma alla tua ed anche alla mia portata. Consiste in due leggi universali, che anche la fisica ha fatto sue, attraverso il secondo principio della termodinamica: nessun fenomeno dura più d'un secondo, la realtà è impermanente, continuamente soggetta al cambiamento. E poi viene la seconda legge, stai bene attento: ciascun fenomeno è dipendente da tutti gli altri dell'universo. Nulla è indipendente dall'altro, nulla sta a se stesso senza rapporti con gli altri, perché noi siamo il risultato della storia dell'universo, della nostra galassia, del nostro sistema solare, del nostro pianeta, dalla sua creazione fino ad oggi. Un enorme biliardo contenente milioni di biglie, che si urtano una con l'altra. Il movimento di una qualsiasi di esse dipende da quello di tutte le altre.

Ciò significa che tu ed io siamo interconnessi, ammagliati, pur non conoscendoci, e che l'indipendenza non esiste in natura, anche se ti hanno convinto che puoi fare ciò che vuoi nei limiti della tua libertà. Detto ciò, forse, il Buddha, ti consiglierebbe caldamente di smettere di pensare e compiere delle azioni: di camminare, di osservare il tuo corpo, di sentire la terra sotto i piedi, le gambe che si muovono, le braccia che ondeggiano, il respiro. Di entrare davvero nel tuo corpo. Dopo di che, ti chiederebbe di portare la tua attenzione all'intorno e di cominciare a vedere cose di cui non ti eri mai accorto: l'uccellino che salta da un ramo all'altro, l'insetto in agonia, la nuvola che sguazza nel cielo, il ramo d'edera che rende aggraziato anche quel muro di cemento armato... Ti consiglierebbe di non essere troppo severo con te stesso. Di essere compassionevole.

Quante ne hai passate, è così assurdo che tu non sia comprensivo con te stesso. Se riuscirai a compatirti e a volerti bene, sarà semplice amare anche gli altri con gentilezza e partecipazione. Ti consiglierebbe di non pretendere troppo da te stesso, dagli altri, dalla realtà. È questo, forse, il grande dramma del tuo tempo, del nostro tempo. Ci hanno convinti che lo scopo della vita sia la ricerca della stabilità e, invece, non ci hanno spiegato che saremo felici solo quando sapremo accettare serenamente la nostra fragilità, la nostra precarietà, in un universo in continua trasformazione. E cosa c'è di male? Forse il mare non è in eterna trasformazione? Ci ripugna il mare? Non ci piace? Ma così è, in continua trasformazione, così è l'universo, così siamo noi!

Siamo infelici perché pretendiamo di non esserlo: questo è il problema. Crediamo e pretendiamo di non trasformarci, di essere sempre uguali a noi stessi, sempre giovani e in salute, con nostra madre, nostro fratello, l'amante, il coniuge, il cane, la cuccia, la casa. Pretendiamo che il nostro conto in banca sia sempre in attivo, che gli amici non ci deludano mai, che i figli siano sempre amorevoli e grati, che il governo sia sempre all'altezza dei nostri piccoli bisogni, che l'economia del nostro Paese viaggi sempre a spron' battuto. Non è possibile. Ecco perché soffriamo, perché carichiamo la realtà di troppe aspettative e la realtà se ne sbatte dei nostri desideri, cambia continuamente e diventa come a noi non piace. Perciò, sei infelice, tu, come tutti noi.

Se il Buddha fosse il tuo migliore amico, ti chiederebbe di accettarla questa realtà. Vedrai, smetterai di essere infelice. Farai un grande e coraggioso salto, abbandonerai per sempre ogni sicurezza, semplicemente perché ti accorgerai che non c'è alcuna sicurezza. Godrai di quello che c'è, non cercherai quello che non c'è. Forse, questo ti direbbe il Buddha se fosse il tuo migliore amico. Se così non fosse, consideralo un augurio di chi scrive, più che un saccente consiglio, a che tu sia felice in questo nuovo giorno e noi con te.





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