Giuseppe Meazza, il giovane Balilla
Storia di un campionissimo del calcio che danzava sul campo
di Ludovica De Sio
Perché mai lo stadio di San Siro si chiama anche “Giuseppe Meazza”? È una domanda che in molti si sono fatti almeno una volta, entrando in quel colosso di cemento e sogni. Apriamo una porta sul passato e conosciamo la storia di un ragazzo che da bambino tutti chiamavano “il giovane Balilla”. Una definizione che oggi suona lontano, ma che allora indicava energia, sfrontatezza e un talento che non chiedeva permesso. Giuseppe Meazza nasce a Milano nel 1910 e cresce nei cortili popolari della città, quando il calcio era più fango che business. Era magro, elegante, con un tocco da ballerino e un senso del goal che sembrava genetico. Talmente bravo che, da giovanissimo, incantava le folle con la maglia dell’Ambrosiana-Inter, prima ancora di diventare simbolo del calcio italiano. Il suo esordio con la maglia azzurra avviene tra fischi e lacrime: È il 9 marzo 1930. L’Italia gioca contro la Svizzera. In panchina, Vittorio Pozzo decide di dare fiducia al giovane ventenne, che però “ruba” il posto a un giocatore amatissimo, Attila Sallustro, non tutti la prendono bene. Appena Meazza mette piede in campo, dagli spalti parte una pioggia di fischi. In tribuna, mamma Ersilia, piange per la crudeltà del pubblico. Una scena quasi da romanzo. Ma poi succede qualcosa. Nel giro di pochi minuti l’attaccante dell’Inter, segna due goal e regala un assist perfetto a Magnozzi. Il pubblico, che prima lo aveva accolto con diffidenza, si alza ad applaudirlo. La mamma ora piange di nuovo, ma stavolta di felicità. Da lì in poi sarà una carriera luminosa: campione del mondo nel 1934 e nel 1938, simbolo prima dell’Inter e poi del Milan, aveva un controllo di palla raffinato, visione di gioco da regista offensivo e un tiro preciso. Giocava con furbizia: sapeva leggere il gioco e anticipare le mosse degli avversari. Con l’Ambrosiana-Inter diventa il simbolo di una squadra vincente, trascinandola a più scudetti e costruendo un’identità offensiva moderna. Vestirà anche la maglia del Milan, sarà meno dominante rispetto agli anni nerazzurri, ma sempre decisivo, sempre centrale. Portò esperienza, classe e carisma, lasciando il segno anche dall’altra parte del derby. Quando morì nel 1979, Milano decise di rendergli onore. E così, lo stadio che aveva visto i suoi dribbling prendere vita, quello che aveva esultato ai suoi goal, diventò Stadio Giuseppe Meazza. Il piccolo Balilla non è stato soltanto un fuoriclasse. Ha insegnato che il calcio, prima di essere una scienza, è un atto d’amore. E forse è per questo che, ogni volta che si apre un derby sotto le luci di San Siro, da qualche parte in tribuna c’è ancora chi sente un’eco lontana: quella del ragazzo che fece tacere i fischi e parlare per sempre la leggenda.
