Palazzo Doria D'Angri

Storia e descrizione della residenza settecentesca fatta costruire da Marcantonio Doria

    di Ignazio Soriano

Scendendo lungo via Toledo, alla confluenza con via Sant’Anna dei Lombardi, in piazza Sette Settembre, si erge Palazzo Doria D’Angri, residenza che Marcantonio Doria fece costruire per la sua famiglia in seguito all’acquisto, intorno alla metà del Settecento, di alcune preesistenti abitazioni cinquecentesche. Ritardi burocratici e la sopravvenuta morte nel 1760, non permisero al Doria di veder compiuto, ma nemmeno iniziato, il suo progetto, portato poi avanti dal figlio Giovan Carlo che affidò i lavori all’architetto Luigi Vanvitelli. Ultimati i disegni nel 1769, anche il Vanvitelli passò a miglior vita nel 1773, lasciando in cura i lavori al figlio Carlo, insieme con gli architetti Ferdinando Fuga e Mario Gioffredo.

Nel 1778 i lavori ebbero una nuova frenata a causa di un leggero sforamento del palazzo, nel punto in cui sorgeranno le quattro colonne del portale, dal suolo originario, causa di controversie poi risolte con il “vicino” marchese Polce.

Come ricordato dall’epigrafe posta all’angolo con via Toledo, Palazzo Doria D’Angri  divenne celebre quando nel 1860 ospitò Giuseppe Garibaldi, il quale affacciandosi al balcone d’onore da acclamato liberatore, quel 7 Settembre che diede poi il nome alla piazza, annunciò l’annessione del Regno delle Due Sicilie al nascente Stato Italiano.

Con uno stile tra il tardobarocco e il neoclassico, dall’insolita pianta trapezoidale, il palazzo rivolge alla piazza la facciata in marmo bianco, caratterizzata dal portale con apertura centrale ad arco e due coppie di colonne toscane a sorreggere, tramite grosse mensole, il balcone d’onore.

Il piano superiore è distinto da semicolonne e lesene ioniche che oltre a contornare le tre finestre, sostengono il timpano curvilineo su cui un tempo spiccava lo stemma marmoreo con aquila dei Doria, andato distrutto durante l’ultima guerra insieme alle statue che sormontavano la balaustra dell’attico, delle quali ne restano oggi solo due su otto.

Le facciate laterali, su via Toledo e via Sant’Anna dei Lombardi, si presentano invece più modeste, alternando timpani triangolari e curvilinei sui nove balconi che si susseguono lungo il piano nobile.

Un secondo ingresso fu costruito nella facciata posteriore dell’edificio, di fronte al grandioso Palazzo Carafa di Maddaloni, ma fu chiuso in seguito ad una diatriba tra il Doria e il duca di Maddaloni sul passaggio dei carri.

Dall’ingresso con volta a botte che alterna sui lati nicchie e pilastri, si accede dunque ai due cortili interni, collegati tra loro da vestiboli che si ripetono ai rispettivi ingressi secondo la prospettiva a “cannocchiale ottico”, tipica tecnica architettonica vanvitelliana (vedi la Reggia di Caserta): il primo a pianta esagonale, alto e stretto, il secondo a pianta rettangolare, più luminoso, da cui, tramite la scala, si giunge ai pianerottoli ricchi di bassorilievi e stemmi, nicchie e statue.

Dai danneggiamenti della guerra si salvarono le sale interne impreziosite da decorazioni vanvitelliane ma non solo: l’appartamento al piano nobile è ornato ed arredato da Fedele Fischetti, che realizzò anche gli affreschi nelle volte in collaborazione con Alessandro Fischetti e Costantino Desiderio (a cui si attribuisce l’Aurora del boudoir), mentre le Cariatidi sono opera dello scultore Angelo Viva.

Il gabinetto degli specchi e la galleria a forma ellittica, di gusto rococò, destinata a concerti e feste, sono gli unici ambienti settecenteschi a conservare le decorazioni originarie e le opere della collezione Doria, in gran parte andate perdute tra deturpazioni ed aste.

In seguito Antonio Francesconi adattò ad uso abitativo l’edificio, che ha ospitato nel tempo il Provveditorato agli Studi e la succursale dell’Istituto Magistrale “Pimentel Fonseca”.





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