I palazzi di Napoli

Palazzo Firrao

    di Michele Tempesta

Su via S. Maria di Costantinopoli, altezza piazza Bellini, incontriamo la monumentale facciata barocca di Palazzo Firrao (dei principi di Bisignano), costruito approssimativamente intorno al Cinquecento, ha subito successivi rifacimenti seicenteschi in seguito alla riqualificazione urbanistica che interessava la zona ai tempi del viceré don Antonio Alvarez de Toledo, duca d’Alba.

Non potendo risalire per scarsità di documentazione all’architetto che per primo lo realizzò, l’artefice si ritiene essere il carrarese Cosimo Fanzago sul di cui progetto lavorarono alla metà del Seicento Jacopo Lazzari e suo figlio Dionisio, che già aveva dato prova di abile marmoraro nelle chiese di S.Maria Egiziaca a Forcella e del Monacone alla Sanità.

La proprietà dei Firrao, principi di Sant’Agata e Luzzi di Calabria, in forte espansione economica in quel periodo, dimostrava con acquisti, edificazioni e rifacimenti di palazzi e chiese, la posizione di rilievo assunta nel Regno. Le origini della famiglia pare discendano dal normanno Rahones o Raoul che giunto sulle coste partenopee al seguito di Roberto il Guiscardo, procreò dei filii Rahonis, da cui Firrahoni e, per una trasposizione in italiano, Firrao.[1]

Ad acquistare il palazzo e a commissionarne i lavori fu Cesare, giunto a Napoli alla corte di Filippo III di Spagna tra il 1598 e il 1621: a ricordarlo un’epigrafe sul portale, che però non scioglie i dubbi sulle date esatte dei lavori di rifacimento che interessarono in particolar modo la facciata. Intrisa di simbolismi, questa s’innalza su una base di piperno intervallata da sei pilastri bugnati, con capitelli ionici, con due file da tre finestre ai lati del portone e due nicchie con riproduzioni di sculture femminili romane ai lati. Alcune delle colonne s’interrompono con timpani spezzati contenenti giare, mentre al di sopra del portale due figure classiche del Lazzari, la Magnanimità e la Liberalità, entrambe provviste di cornucopie tracimanti frutta e tesori, posano l’una con un leone, l’altra con un’aquila. Sul portale, al centro del timpano spezzato, lo stemma di casa Firrao.

Al secondo piano della facciata, dove continua la presenza del simbolismo nelle paraste celebranti la vocazione guerriera della famiglia, spiccano i busti di sette re spagnoli a devozione della corona. Agli elementi bellici presenti nelle paraste che intervallano le finestre è accompagnato un motto latino scritto alla base di ognuna, ancora oggi rimasto un rebus.

Spicca il bianco marmo di Carrara usato per le sculture, che ci portano all’attico con finestre ad arco dove troviamo l’originario cornicione a mensole cinquecentesco.

Durante i moti del 1647 il palazzo rischiò di andare distrutto per la posizione assunta dal principe nei confronti della monarchia e la conseguente avversità della popolazione, la quale fu frenata solo dall’intervento del cardinale Filomarino. La proprietà passa dunque ai Sanseverino quando l’ultima erede dei Firrao, Livia, sposa Tommaso principe di Bisignano. Significativo il giardino retrostante con fontana voluto da Livia.

Sede dell’ARIN per oltre un secolo, Palazzo Firrao è oggi tornato ad uso residenziale.





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