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Marted́ 07 Settembre 2010
 
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Il viaggio in India di Mohsen Makhmalbaf
Il film del regista iraniano in un'India surreale e moderna
di Mario Paciolla
03.07.2009

 
 
Tre spezzoni d’un India complessa e moderna si fondono nella regia del film “ Viaggio in India “, dell’iraniano Mohsen Makhmalbaf. Il doppio punto di vista è affidato a due sposi iraniani in viaggio di nozze, la cui visione del teatro indiano appare opposta e contraddittoria: lei fedele, lui ateo.
La narrazione si snoda su tre assi narrativi: il primo ritrae i due personaggi alla ricerca dell’uomo perfetto, che s’imbattono durante il viaggio in treno in una folla di fedeli adulatori d’un vecchio sikh, in grado di fermare il treno con la sola forza dello sguardo. L’episodio non fa altro che mettere in evidenza il misticismo e la cecità dei fedeli, i quali accorrono in venerazione ogni qualvolta un treno si ferma per evitare d’investire l’uomo seduto sui binari.
Nella seconda tappa del film, Makhmalbaf abbandona i toni descrittivi del viaggio, colorato e quasi surreale, per porre l’ accento su questioni filosofiche, prendendo come punto di partenza la prima notte di nozze ed il senso dell’amore. Qui anche le inquadrature, veloci nella prima parte del film, rallentano, si fanno più artefatte, alla ricerca d’un intensità più mentale che visiva.
Il percorso si chiude sulle rive del Gange, nella mitica città di Benares. Tra lirismo e volgarità, dannazione e salvazione, il discorso del regista si fa più relativo per bocca d’un terzo oratore, un tedesco stabilitosi in India, il quale, dinanzi alla disperazione del sempre più disilluso protagonista, elenca, con tono ironico, le diverse risposte che l’uomo nel mondo ha dato al mistero di Dio. La donna nel frattempo ancora fiduciosa nella vita, incontra sul fiume una bimba, alla quale chiede di tradurre dei versi: “ ho scalato ogni montagna, ho attraversato mille valli, sono stato dappertutto e quando sono tornato ho ritrovato tutto il mondo in una goccia di rugiada, su una foglia, nel giardino di casa mia “. Versi che indicano una riconciliazione con sé stessi riassumendo il mondo dentro ciascuno di noi.
Il film, nella sua composizione, sembra voler creare l’equilibrio dei tre “ Goa “, ossia “ Sativa – Rajas – Tamas ”, che secondo la tradizione filosofica indiana reggono il cosmo, fondendolo al principio dell’unità dei contrari. Una mossa molto azzardata, estremamente intuitiva che però a volte non sembra reggere il peso della struttura. Una descrizione affascinante e patetica che attraverso la tecnica narrativa risulta comunque essere molto efficace nel farci intravedere da uno spioncino, un universo difficile da descrivere, estremamente arduo da interpretare.
 
 
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