Untitled Document
Untitled Document
Home | Cerca sul sito | Redazione | Edizioni Iuppiter Group
Domenica 01 Agosto 2010
 
Untitled Document
  Iuppiter News
Stampa Articolo Invia Articolo
 
Musica/Hit parade contro la camorra
Dalla band 'A67 ad Enzo Avitabile: le canzoni contro la criminalità
di Gianluca Massa
28.11.2006

 
 
La Napoli che si è venduta. La Napoli nera, quella che ha perso la voglia di vivere. La Napoli che si lascia comandare. La camorra regna sovrana. Un pugno di uomini senza scrupoli che girano in motociclette o auto pesanti, generando paura. Spari, pallottole, sangue, sirene di ambulanza. La loro legge è ovunque. Quella legge bastarda che ci dice di stare in silenzio. Gira solo la loro musica: ‘Nu Latitante (1994) del neomelodico Tommy Riccio, è la loro colonna sonora. Un inno per i malavitosi campani. Il tema è la condizione esistenziale di un camorrista costretto a vivere lontano dalla propria famiglia. Così che il lamento melodrammatico di Tommy Riccio riecheggia nei quartieri più difficili di Napoli, in quelle strade dove i bambini cercano di scappare da un destino già segnato. Quei figli che hanno, come suoneria del cellulare, il tema principale del film Il camorrista (di Giuseppe Tornatore), composto da Nicola Piovani, mostrando più conoscenza per il professore vesuviano Raffaele Cutolo che per il maestro Piovani. Una Napoli che spaventa. Ma c’è ancora qualcuno capace di ribellarsi. E gliene canta di santa ragione. Certo che nessuno fa nomi e cognomi, ma riescono comunque a cogliere nel segno.
 
Un esercito di musicisti che ha scelto la musica per combattere la feccia che dilaga per le strade napoletane. Insomma, “Napule sona serenate calibro 38”, proprio come canta La Famiglia, gruppo rap napoletano che da anni milita nella scena hip-hop, prima come writers e poi come mc’s. In Fuje, del loro primo disco Quarantunesimoparallelo (1999), disegnando Napoli con i colori più scuri che hanno tra le loro bombolette. Una città sprofondata nelle mani dei camorristi, tra buio e sangue. Un clima di tensione, sostenuto da un beat scarno e qualche mandolino, scene da cronaca nera raccontate in dialetto stretto, parole veloci e rime taglienti come lame. Un’aria carica di polvere da sparo, strade che diventano un cimitero di becchini e sarti, sagome disegnate sull’asfalto e il cielo rosso come il sangue versato per vendetta. L’unica cosa da fare è fuggire. Ma come si fa a scappare dalla propria terra? La patria sembra un galera che ultimamente viene tenuta aperta. Una città che ha smesso di essere tutta sole, pizza e mandolino, come fanno notare i 99 Posse nel brano Napolì (1990) in cui, sempre a suono di metriche veloci e basi rap, raccontano di una città sempre più nelle mani della paura cammoristica: bambini cresciuti per strada e destinati a finire nel carcere di Poggioreale a causa di droga e scippi. Bambini la cui vita risulta difficile, come mostrato nel musical C’era una volta… scugnizzi, con Sal Da Vinci, che interpreta la parte di un prete che cerca di togliere i ragazzi dalla strada. La prende con filosofia Eduardo De Crescenzo in Sole, brano frizzante riproposto ultimamente in chiave reggaeggiante da Sal Da Vinci, cercando di stemperare le paure di una Napoli sempre più soffocata dalla malavita. Così che ci è rimasto soltanto il sole per asciugare le lacrime. Ma il pianto si asciuga e il dolore resta. La brava gente è costretta a vivere in mezzo alla prepotenza ogni giorno: viverci senza avere la possibilità di capire, senza potersi ribellare. Così canta Nino D’Angelo nella sua Brava gente, dal bellissimo album Il ragù con la guerra (2005). Suoni mediterranei e tanto ritmo, per una ballata dedicata al popolo. La brava gente, quella innocente, quella che per tutta la vita spera in un giorno migliore, e costretta a vivere nell’indifferenza e nella prepotenza, privata della libertà.
 
E’ il sangue a bagnare le strade e non la pioggia. Napoli è affondata dal male. La camorra regna. La camorra è come un dio. “La camorra sono io!” gridano gli ‘A67, gruppo che rappresenta la periferia di Scampia. “La camorra – dice Daniele Sanzone, voce della band – non sono solo i boss, che in verità poi sono pochissimi. La camorra è nella nostra testa, siamo noi, è la nostra mentalità che è camorristica. Se qui ti rubano la macchina, non vai al commissariato a fare la denuncia: scendi sotto casa e lo dici a qualcuno, che lo dice a qualcun altro, che lo dice a qualcun altro ancora che è la persona giusta per fartela riavere. E questo non lo fa il camorrista: lo fa il povero cristo, quello che la mattina si sveglia presto per andare a lavorare in nero al cantiere. Questo, purtroppo, è la vera camorra, l’accettare che le cose funzionino così!”. La sua voglia di gridare in faccia le cose come stanno, si tramuta in musica, in cui l’amore per il suo quartiere diventa rabbia e denuncia. La camorra, secondo gli ‘A67, è rappresentata da tutta quella gente che tace, impaurita. E se nella smorfia napoletana, la paura fa 90, allora la dignità fa 180, cantano nella canzone che da il titolo all’album “A camorra song’io” (2005). Bisogna lottare, non si può restare a guardare tacendo su tutto. Così i 5 ragazzi di Scampia, hanno preso microfono e strumenti e ne hanno cantate quattro alla Napoli corrotta. Hanno persino riproposto una nuova versione della bellissima Don Raffaè di Fabrizio De Andrè. Già il cantautore genovese, nel lontano 1990, aveva toccato il problema camorra, narrando la storia del brigadiere Cafiero, il quale, non credendo più nello Stato, chiede aiuto e consigli al boss Don Raffaè, uomo di tutto rispetto rinchiuso nel braccio speciale di Poggioreale. Gli ‘A67 non solo hanno riarrangiato il brano in stile crossover, ma hanno anche modificato leggermente il testo. Così, oggi, il brigadiere Cafiero chiede al “rè e tutt e prufessur” come mai, i napoletani non hanno ancora imparato a combattere la camorra. Forse la colpa è della fame o di una sconfortante rabbia, o solo perché la gente si è abituata a questa realtà. E allora basta bere sempre e solo caffè per dimenticarci dei problemi che ci attanagliano. Bisogna combatterli, cominciando a cambiare noi stessi e il nostro atteggiamento di vittimismo. Perché la camorra non è solo un problema di forze dell’ordine, ne’ di stato. Napoli si è venduta per pochi soldi e il popolo chiude gli occhi cercando di non vedere. Così la faida si espande tra i silenzi della gente. Un farwest, come cantano Teresa De Sio & Raiz nell’amara tarantella Stammo buono (A Sud! A Sud! - 2004), fatto di camorristi ben vestiti e taciti silenzi. “Stammo buono come stammo” si recita nel ritornello. Ma è una falsa verità. Un modo per sfuggire alla morte.
 
La camorra è come un morbo, proprio come canta Enzo Avitabile, nella bellissima 'A peste. Una mesta preghiera recitata con classe, suonata insieme ai Bottari, (nella foto la copertina del cd salvamm'o munno) cullata da un filo di speranza. Una guerra che anni fa ha interessato anche l’mc romano Frankie Hi-Nrg, che con la sua Fight da faida, spronava il sud a non farsi incastrare dal potere camorristico (e mafioso): la sua parola d’ordine era lottare per porre fine al “supplizio che da secoli ci domina, ci ingoia e ci rivomita”. Dire le cose come stanno, senza peli sulla lingua, proprio come Speraker Cenzou, che in Quello che non vedi ci illumina i lati oscuri del male, sempre a suono di rap. Ma come muore un camorrista? Secondo gli Almamegretta, muore contento: “Aggio dato, aggio pigliato, aggio arrubato, aggio sparato, aggio chiavato, m'aggio 'mbriacato, chello ca è stato è stato” canta Raiz nella canzone 47 (Lingo - 1997). Un brano in cui Della Volpe da la voce a Gennaro, 20 anni, un malavitoso che muore in una dolce notte di venerdì. Tutta la vita passata a guadagnare illegalmente, sempre pronto a rischiare. Ma alla fine non vuole pensare a niente: “comm’è ghiut, è ghiut” va bene così! Diversamente, invece, canta Nino D’Angelo in A storia e nisciuno. Il latitante, in questione è vecchio, e sul finire dei suoi giorni, guarda al passato con tristezza. La sua vita gli sembra vuota, passata a scappare, sempre in difetto con la giustizia e con la propria coscienza. Una vita bruciata ad inseguire una bugia, quella della malavita. Così si Canta pe nun suffrì (Underpop – 2003), come dicono i 24 Grana, cercando di chiudere i conti con la camorra, e ritornare a vedere Luce e luna (Underpop – 2003). Scena da film… ma tutto questo non è mica un film. E’ una realtà maledettamente vera, che col tempo ha messo in gabbia la bella Napoli e dato libertà ai malavitosi. E questo esercito di canzoni non riuscirà a fermare la guerriglia né i camorristi. Che poi chi sia il buono e chi il cattivo, non si è ancora capito.
 
 
:: Indietro ::
 
 
Untitled Document
Untitled Document
Mappa del sito | Scrivici | Pubblicità | Disclaimer | Newsletter | Links
IuppiterNews 2005/2006 Tutti i diritti riservati - P. IVA 07969430631 - Powered by dedacom